La data ufficiale che sancisce la nascita del Partito Sardo d’Azione viene individuata nel 17-18 aprile del 1921, presso la sede degli Scolopi ad Oristano. L’ala più politicizzata del movimento combattentistico, facente capo all’A.N.C. (Associazione Nazionale Combattenti), dopo il fallimento del nascente Partito del Rinnovamento, facente capo allo storico Gaetano Salvemini, di cui il grande meridionalista stava per diventarne il segretario, da vita alla Costituente Sardista che si riunì in congresso nel capoluogo arborense.
Le ragioni che spiegano la nascita di un partito regionalista, a vocazione federalista, in Sardegna, sono complesse; e non si comprenderebbero senza una proiezione di quella vicenda nel contesto storico-politico del primo dopoguerra, e del rapporto instaurato dagli uomini che diedero vita a quell’esperienza, con il dibattito politico culturale italiano ed europeo di quegli anni.
Certamente fu la guerra, il primo grande conflitto del Novecento, tra il 1915 e il 1918-19, che portò i giovani sardi ad assumere nuove consapevolezze e nuove responsabilità circa la loro identità di sardi, di italiani e di europei. Contadini e pastori analfabeti, giovani studenti all’ultimo anno degli studi liceali e ai primi dell’Università, si trovarono, quasi improvvisamente, come scossi da un sonno secolare che aveva tenuto l’Isola chiusa dentro i confini del proprio mare, sulla terra ferma dei confini italo-austriaci per contendere, a colpi di moschetto e di baionetta, gli ultimi lembi dell’Italia che ancora erano sotto il dominio dell’Impero asburgico ormai al tramonto.
Fu nelle trincee del Carso, del Sabotino, del Monte Zebio, dell’Altipiano di Asiago, che i giovani sardi impararono ad essere sardi. Attraverso l’uso dei diversi dialetti parlati nei paesi grandi e piccoli dell’Isola, da cui provenivano, appresero di avere una lingua, una terra, una religione, una storia e una civiltà antica. Appresero i valori della solidarietà e dell’unione che rafforza i deboli. Appresero di essere un popolo, e non un gruppo di coloni “locos y malunidos”. Impararono a conoscere gli altri. I destini diversi degli uomini, dei popoli e delle civiltà.
Tutto si compendiava nel grido corale, lanciato dai giovani soldati, prima degli assalti verso le trincee nemiche: “Fortza Paris”. Alla lettera: uniti insieme. Era un grido di liberazione nazionale e di libertà. Era anche un grido, un urlo, di dolore e di sofferenza. Un grido che rimase indelebile, come un segno, un’icòna denso di passione e di significato. Il significato degli uomini che si donano e s’immolano per la libertà, per l’indipendenza di sè stessi e degli altri. Sono il significato, forse quello più grande, di un popolo che, disperso nei meandri della storia, riesce a ritrovare e a riconoscere se stesso come popolo, popolo tra gli altri popoli.
Fu anche la crisi morale della politica e del parlamentarismo italiani a far maturare agli ex combattenti, fondatori del Partito Sardo d’Azione, l’esigenza, non solo della rinascita e della riscossa della Sardegna, ma l’esigenza di una rinascita e di una rigenerazione politica e morale dell’Italia intera, a partire da una rigenerazione morale e civile di ogni regione facente parte dello Stato post-unitario.
La guerra fu una grande occasione proprio per ripensare le fondamenta del Risorgimento italiano, in quella direzione auspicata, nell’Ottocento, da Cattaneo a Milano e da Tuveri in Sardegna. Per ripensarlo nella consapevolezza che, per “fare gli italiani”, bisognava partire dalle regioni. Dalle loro culture, dalle loro storie, dalle loro vicende umane, dalle loro mentalità, dai loro saperi, dai loro paesaggi, dalle loro colture, dalle loro caratteristiche produttive. Un’Italia politecnica, policulturale e policentrica, dunque, come aveva auspicato Cattaneo, nella sua rivista Il politecnico.
Cosi come fu un nuovo bisogno e un nuovo sentimento di giustizia e di libertà che le tristi condizioni dell’Italia post bellica avevano posto. Dal Nord al Sud, alle Isole. Non era più il piagnisteo querulo e rivendicazionista del meridionalismo salveminiano che avrebbe potuto rigenerare le condizioni miserrime di operai, contadini, ceti medi, artigiani e piccoli imprenditori, ma la riscrittura di un nuovo patto politico-istituzionale, proveniente dal basso, tra le regioni e lo Stato.
La vecchia retorica risorgimental-nazionalista della terra e del sangue per la patria, venne soppiantata, nell’idea politica degli ex combattenti, da una lucida analisi e da un lucido programma di riforme politico-istituzionali ed economiche. Riforma federalista dello Stato, liberismo economico, contro il protezionismo Statale verso la grande industria siderurgica del Nord Italia, giustizia sociale, sviluppo dell’impresa pastorale ed agricola attraverso la cooperazione. Erano questi i punti salienti del programma sardista delle origini.
Un programma segnato dalle moderne idee illuministiche, dalla grande tradizione liberal socialista europea, dai principi cristiani della responsabilità individuale degli uomini e della solidarietà nei confronti dei più deboli. Non un programma animato dalle idee del massimalismo classista e operista, radicatesi nella Torino operaia, ma dalle idee dell’interclassismo solidale verso l’orizzonte di un futuro in cui tutti sono chiamati alla produzione della ricchezza e della equa distribuzione dei suoi frutti.
Naufragato nelle altre regioni italiane, sugli scogli del partitismo e delle camarille facenti capo agli interessi industriali del Nord e del baronato agrario Meridionale, questo programma ambizioso di rigenerazione nazionale, mise le sue radici in Sardegna, e diede i suoi primi frutti nelle elezioni politiche anticipate del 1921, dove nelle liste del P.S.d’Az. vennero eletti ben quattro parlamentari: Pietro Mastino, Paolo Orano, Umberto Cao, Emilio Lussu.